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Diario


4 maggio 2010

GENERALIZZARE I 60 GIORNI PER OTTENERE I PERMESSI

 

Mercoledì 4 maggio 2010 - Pagina 8


Se la PA è reticente o troppo lenta la responsabilità passa al privato


GENERALIZZARE I 60 GIORNI
PER OTTENERE I PERMESSI


La riforma taglia-tempi per tutti gli enti è la più efficace misura antiburocrazia



DI PIERLUIGI MANTINI *

L’intera storia nazionale, da Zanardelli ai nostri giorni, è costellata da tentativi di semplificazione della nostra pubblica amministrazione.

Negli ultimi decenni gli sforzi sono stati ripetuti e persino ossessivi e dovrebbe apparire paradossale, nell’epoca della complessità, l’asserita passione per la semplificazione. Quasi un rifiuto del proprio status, una ribellione concettuale ed esistenziale, una pulsione regressiva verso lo stato di natura come se il fanciullo di Rousseau non incontrasse anche lui, nella foresta, “lacci e lacciuoli”.

Il ministro Brunetta è all’ennesimo tentativo, con il suo disegno all’esame del parlamento. Dovrebbe però trarre insegnamento, e non solo lui, dall’esperienza di chi da più tempo ha praticato la deregulation, negli USA, ed è pervenuto alla seguente conclusione: l’eccesso di semplificazione si converte in complicazione.

Tuttavia la retorica “semplificazionista” è fortissima: non vale per la finanza, ove è impossibile capire qualcosa, né per le scienze, le tecnologie e le professioni, sempre più sofisticate, e neppure per la giustizia o la politica, a molti incomprensibile, ma deve valere per le pubbliche amministrazioni, causa di tutti i guai. È una retorica così forte, non solo nel Nord del Paese, che è più “semplice” arrendersi ad essa.

Visto che dopo decine di leggi di semplificazione siamo allo stesso punto, vediamo però come fare.

Lasciamo stare la propaganda. Calderoli, con i lanciafiamme, ha bruciato migliaia di leggi inutili: un rogo utile, a nostro avviso, per il maquillage della nomopoiesi ma anche le residue 10.000 leggi possono essere troppe. Vogliamo bruciare anche quelle!

Il problema è diverso, e riguarda il rapporto tra legge e pubbliche amministrazioni.

Con la legge 241 del 1990, dopo intenso dibattito in dottrina, si è pervenuti a fissare i principi generali per tutte le amministrazioni. Disciplina dei termini, responsabilità, trasparenza e partecipazione, semplificazioni organizzative, autocertificazioni, moduli negoziali: principi chiari, uguali per tutte le amministrazioni. Una logica moderna, che ha creato vantaggi concreti ed efficienza, un passo in avanti significativo. Anziché migliaia di procedimenti diversi, ognuno il proprio (scuola, ambiente, commercio, sanità, ecc…), principi comuni, per una cultura nuova e comune al servizio dei cittadini e delle imprese.

Ma ecco che, anziché andare avanti su questa strada, si è deciso di abbandonarla, di tornare al passato, al procedimento “fai da te”. In nome del federalismo della politica che prevale sull’amministrazione professionale, dell’insofferenza nei confronti dei principi di legge. Un po’ per volta la legge 241 è stata sfasciata e ora Brunetta propone di annegarla nel mare magnum di una Carta dei Doveri delle amministrazioni.

Si dovrebbe invece stringere i bulloni, attuarla di più quella riforma, non abbandonarla.

Stabilire il termine massimo di 60 giorni, non di più, per il rilascio di autorizzazioni, permessi, atti, per tutte le amministrazioni, comunali, regionali, statali. E, in caso di inadempimento, consentire l’avvio delle attività tramite atti di “autoamministrazione”, certificando la conformità e il rispetto di leggi e atti amministrativi. Se la P.A. è reticente o troppo lenta, la responsabilità passa al privato, con attestazioni professionali della correttezza del proprio agire. Ovunque, in tutta Italia, nei ministeri e nei piccoli comuni.

Ecco una riforma audace, un “taglia-termini” vero, una nuova responsabilità civile e sociale, che rispetta i principi dello Stato di diritto e che deve valere in tutto il Paese.

Ma per questa semplificazione occorre mantenere e rafforzare una legge di principi nazionali, unitaria, che garantisca ovunque cittadini e imprese.

Tutto il contrario del caos federalista, dell’amministrazione “fai da te”, dei “lacci e dei lacciuoli” creati dalle caste politiche locali, che moltiplicano gli oneri, le norme, i costi, le disuguaglianze.


9 luglio 2009

LE TAVOLE DI EUROPA E CHIESA NELL'ULTIMO G8

 



Mercoledì 8 luglio 2009




LE TAVOLE DI EUROPA E CHIESA
NELL'ULTIMO SUMMIT A OTTO



DI PIERLUIGI MANTINI

Nei grandi summit mondiali quasi tutto è scritto prima, le sorprese sono rare. Eppure dal G8 a L’Aquila ci attendiamo una vera scossa, una scossa positiva, che non è certo quella paventata da chi tiene l’occhio sbarrato sui sismografi.

I dossier sono molti, dalla politica del dialogo con Teheran, che non può prescindere dal rispetto della democrazia e dall’uso solo civile del nucleare, ad obiettivi di medio periodo, stringenti, sulle riduzioni di CO2, come pure nella food security e per l’Africa e i paesi poveri del mondo.

L’incontro a Mosca tra Obama e Medvedev, che ha prodotto l’importante risultato della riduzione delle testate nucleari (ma non dei vettori e su un arco di tempo lungo), è solo l’inizio del reset annunciato a Monaco nelle relazioni tra i due Stati. Restano differenze significative sullo scudo spaziale e, in sostanza, anche sulla proposta russa di una “nuova architettura di sicurezza” che vorrebbe ridimensionare il ruolo della Nato in Europa e in particolare nei Balcani e nel Caucaso.

Certo non si può non osservare che l’incontro si è svolto a 48 ore dal G8 dell’Aquila e in un contesto distante da quello spirito di Pratica di Mare, per molto tempo rivendicato dal premier Berlusconi come una caratteristica della politica estera italiana e sua personale.

Ora sarebbe bello se, per dare vera sostanza agli impegni che saranno sottoscritti in questi giorni, si annunciasse formalmente che quello dell’Aquila è l’ultimo G8 della storia, che l’organismo è sciolto in favore di un diverso formato (G 14 – G 20).

È un tema delicato, le motivazioni sono note poiché nessuno pensa da tempo che tra i “grandi della terra” possano essere esclusi la Cina, l’India o il Brasile, la governance mondiale già conosce le sue articolazioni: eppure la storia procede con il coraggio delle decisioni politiche, e sarebbe un atto di straordinario valore riconoscere formalmente che il G8 del passato è chiuso, finito, sciolto, il futuro già presente è un altro.

Sarebbe una vera scossa partire da se stessi, dal riconoscimento che il governo globale della finanza, del clima, dei diritti umani, delle povertà ha bisogno di altri protagonisti.

La seconda scossa che ci attendiamo dal G8 dell’Aquila è un sostanziale accordo sulle politiche di legal standard e di ethical society.

Perché, in fondo, si potrà un po’ divergere sugli strumenti tecnici e la qualità delle misure proposte o adottate ma ciò che dovrebbe essere oggetto di un generale e solenne accordo è la necessità di nuove regole per l’economia e di un umanesimo condiviso.

Occorre chiudere un’epoca, quella del liberismo senza regole e della società senza etica e proclamare l’apertura di una fase nuova, quella del primato delle istituzioni democratiche e dei valori umani.

Non è con i proclami che si fa la storia ed è la politica il luogo in cui si misurano le distanze tra le parole e i fatti.

Ma il G8 che è stato voluto a L’Aquila, terra di umanità sofferente, deve centrare questo scopo e non solo corrispondere ad una tecnica pubblicitaria o di marketing.

Per questo abbiamo il dovere di credere e di sostenere le Dodici Tavole proposte dall’Italia e dall’OCSE su paradisi fiscali, segreti bancari, corruzione, superstipendi dei manager, riciclaggio, trasparenza, responsabilità delle imprese, protezione dei lavoratori e dell’ambiente, lotta all’evasione fiscale e altro ancora, senza bloccare l’economia e promuovendo il ruolo più attivo e responsabile delle banche nel credito (secondo l’approccio anglosassone).

Non importa se le intese ufficiali saranno poi siglate al prossimo G 20 in programma a Pittsburgh in settembre ed anzi ciò potrebbe essere persino preferibile.

Ma l’effetto di una scelta chiara e coraggiosa che venisse dall’ “ultimo G8” dell’Aquila darebbe speranza e nuova energia al mondo.

Ed è impossibile non affiancare alle Dodici Tavole per l’economia globale il fondamentale messaggio contenuto nell’enciclica sociale del terzo millennio Caritas in veritate, presentata al mondo proprio alla vigilia del G8 dell’Aquila.

La carità nella verità, testimoniata da Cristo, è descritta nell’incipit della lunga enciclica come “la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera”. Caritas, amore, lavoro e solidarietà, rispetto dell’altro e della persona nella sua interezza, sono i materiali di un umanesimo globale che affianchi positivamente fede e ragione.

Sono piani paralleli ma è certo positivo, a partire da un approccio laico, che crescano i campi comuni e che un mondo così pieno di sofferenza sia scosso nelle radici e si apra alla speranza.


11 giugno 2009

DIGIUNO DIRITTI PER L'ABRUZZO

   

Tutti gli emendamenti respinti in Commissione.

Gli impegni del Premier con gli abruzzesi calpestati.

Il decreto non si modifica! Non è possibile, non possiamo arrenderci, c’è tempo fino a martedì 16 giugno per votare alla Camera, per riconoscere i diritti essenziali nella legge:

·        indennizzi per tutti i proprietari degli immobili e non solo “per i residenti”;

·        indennizzi pieni per gli immobili produttivi, commerciali, professionali;

·        risorse per garantire i servizi essenziali dei comuni terremotati che, non avendo più tributi, non possono funzionare;

·        risorse per la “zona franca”, i beni culturali, la ricostruzione del centro storico de L’Aquila.

Vogliamo i nostri diritti riconosciuti nella legge e non affidati al vento delle “ordinanze”.

Siamo cittadini, non dobbiamo essere costretti a mendicare aiuti. È una questione di vita e di dignità, non di polemica politica.

La credibilità degli impegni presi dal governo con gli abruzzesi è un bene prezioso, la fiducia nelle istituzioni non va tradita. Il governo ci ascolti, siamo concreti e realisti, ancora “forti e gentili”, vogliamo credere nella legge e nel nostro futuro.

Iniziamo in tanti un digiuno di dialogo, con speranza, con dignità, con fermezza civile.

 

Sottoscrivo l’appello e aderisco al digiuno

“DIRITTI PER L’ABRUZZO” nella giornata di:.

 

Venerdì 12

 

Sabato 13

 

Domenica 14

 

Lunedì 15

 

Martedì 16

 

(indica con una X il giorno prescelto)

 

Nome e Cognome

 

 

Residenza e/o e-mail

 

 

Altro

 



Invia  a
dirittiperlabruzzo@yahoo.it




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